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Thursday, March 5, 2026

IL GIORNALE PRESS

Lettera a una sola voce (ore tre)

Caro Miles, caro John,

Nel 1926 nascevano Miles Davis e John Coltrane, due figure centrali nella storia del jazz, destinate a incrociarsi e a separarsi lasciando un segno profondo nella musica del Novecento.

Sono le tre del mattino e tutto quello che poteva fare rumore ha smesso, la città è diventata un pensiero lontano e io non ho più niente da difendere ed è sempre a quest’ora che smetto di separarvi, perché nel silenzio non siete più due nomi ma un’unica presenza che torna, costante, come un battito che non chiede attenzione ma compagnia.

Vi ascolto quando sento il bisogno di trattenermi e quando, nello stesso istante, vorrei cedere del tutto, perché in voi convivono entrambe le possibilità, la distanza che protegge e l’abbandono che salva, il silenzio e il suono, e non so mai quale mi serva davvero, so solo che senza questa tensione mi sentirei incompleta, come se mancasse una lingua per dire ciò che provo senza vergogna.

Forse vi scrivo perché ho imparato che l’assenza non è il contrario della presenza, ma un’altra forma di ascolto.

In te, Miles Davis, riconosco il gesto di chi misura ogni parola per non rivelarsi, di chi ha imparato che il controllo è una forma di sopravvivenza, e il tuo suono breve, trattenuto, sembra ricordarmi che non tutto va detto, che alcune emozioni vanno lasciate sospese perché non muoiano sotto il peso delle spiegazioni.

In te, John Coltrane, riconosco invece la fame di chi non riesce a fermarsi, di chi attraversa il dolore senza aggirarlo, di chi suona come se stesse chiedendo e offrendo nello stesso momento, e il tuo suono lungo mi ricorda che sentire troppo non è un errore, che a volte bisogna perdersi per restare fedeli a se stessi.

Quando vi penso insieme, a quest’ora, non vi vedo come opposti ma come due mani della stessa anima, una che crea spazio e l’altra che lo riempie, una che invita al silenzio e l’altra che lo spezza, e in mezzo c’è quella musica che continua a respirare dentro Kind of Blue, come una stanza in cui entro sempre diversa e da cui esco sempre più esposta.

Forse non vi siete detti tutto, forse vi siete feriti senza volerlo, forse vi siete lasciati perché restare insieme avrebbe significato tradirvi, ma da quella frattura è nata una verità che continua a parlare a chi ascolta di notte, una verità che dice che non esiste un solo modo di stare al mondo, che si può resistere o bruciare, e che entrambe le scelte hanno senso se sono sincere.

Sono le tre del mattino e non so se sto andando avanti o semplicemente restando, so solo che il vostro suono mi tiene compagnia senza chiedermi nulla, mi permette di sentire tutto senza doverlo sistemare, e forse è questo il dono più grande che mi avete lasciato, non la grandezza, non la leggenda, ma la possibilità di restare umano quando nessuno guarda.

Una lettera da chi ascolta perché sa che l’altro c’è, anche quando non risponde.


Miles Davis (1926–1991)

Miles Davis non ha mai cercato di piacere, ha sempre cercato di arrivare prima. Trombettista dal suono inconfondibile, ha attraversato il jazz come una forza inquieta, cambiando linguaggio ogni volta che questo rischiava di diventare prevedibile. Dietro l’apparente freddezza e il controllo rigoroso del suono, si muoveva un’attenzione radicale per il presente, per ciò che stava per accadere. Con dischi come Kind of Blue, Sketches of Spain e Bitches Brew, ha aperto spazi nuovi in cui il jazz ha imparato a respirare in modo diverso.


John Coltrane (1926–1967)

John Coltrane ha trasformato il sax in una domanda aperta. Musicista instancabile e uomo profondamente inquieto, ha vissuto la musica come una forma di ricerca interiore, spingendo l’improvvisazione verso territori sempre più intensi e spirituali. Il suo suono, lungo e insistente, sembra cercare qualcosa che non si lascia mai afferrare del tutto. Da Giant Steps a A Love Supreme, Coltrane ha lasciato un’eredità che non invita all’ascolto distratto, ma a un coinvolgimento profondo, quasi necessario.

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